Abitare il vuoto

Il fumetto è per sua natura un’arte composita, e chiunque ne abbia trattato si è visto immancabilmente costretto a rilevarne le connessioni con altri ambiti e linguaggi artistici.

Eppure mai ci è accaduto di leggere di un’eventuale connessione tra fumetto e architettura e, in questa sede, vogliamo ovviare a questa mancanza.

Il vuoto, ritengo, sia ciò che 
accomuna queste due discipline. Mi riferisco a tale concetto così come viene inteso a partire dall’architettura degli anni’50 e a come ce lo presenta il Montaner. Dove per vuoto s’intende lo spazio che intercorre tra un edificio e l’altro e che a partire da architetti come Kahn e Utzon sembra prevaricare in importanza gli edifici stessi.

<< Secondo Denys Lasdun lo spazio interposto tra gli edifici è più importante degli edifici stessi, poiché si tratta dello spazio urbano e collettivo per eccellenza, quello cioè che definisce la città moderna >>. In queste poche righe è racchiuso tutto il senso e la natura della connessione tra fumetto e architettura. Il vuoto, interposto tra gli edifici, Lasdun lo definisce quello “collettivo per eccellenza”, proprio come lo è quello che s’interpone tra le vignette di una pagina a fumetti. Lo spazio che intercorre tra i riquadri è effettivamente quello ove vige il completo dominio del lettore, ossia quello dove il fruitore anima e da senso ad immagini che rimarrebbero altrimenti inerti e insensate.

Ma per meglio chiarire questa affermazione occorre fare una piccola digressione.

Già diversi studiosi, primo fra tutti Brancato, hanno fatto notare come la fruizione di un fumetto non sia un evento meccanico, ma anzi creativo che richiede un’azione attiva che trasforma quindi l’evento in atto.

Se il cinema, ad esempio, è un evento che ha luogo grazie ad una funzione meccanica che fa sì che si avvicendino ventiquattro fotogrammi al secondo dai quali lo spettatore viene investito nel buio della sala cinematografica, nel fumetto ciò che ha luogo è tutt’altra cosa. In esso il lettore si confronta con l’immobilità del disegno ordita dall’autore, il quale costituisce un suggerimento che necessità di un completamento attivato dallo sguardo del lettore.

E’ soltanto il lettore, anzi il suo atto di lettore, che da senso, significato e azione a immagini che altrimenti non avrebbero connessione tra di loro.

E in tal senso lo spazio che separa le vignette è collettivo, poiché con l’avvento dello sguardo del fruitore esso diviene da spazio che separa a spazio unificante.

Se l’autore inizia e suggerisce la vicenda fumettistica, il lettore la completa facendola accadere nell’atto stesso della lettura.

Lo spazio vuoto diviene collettivo con il decadere dell’individualità autoriale. L’autore si fa da parte per lasciare campo libero al lettore, ad ogni lettore, che si muoverà secondo la propria sensibilità.

Tale aspetto del fumetto mi ha sempre impressionato, poiché reca in sé, contrariamente a quanto spesso si è pensato, la possibilità, ma anche la difficoltà, di un atto costruttivo e creativo e non certo quello passivo tipico delle facili letture. Ruolo che si è assegnato e spesso s’insiste a far vestire al fumetto.

Si può inoltre aggiungere che l’autore di fumetti, così come l’architetto, costruisce una geografia. Esso non può infatti attenersi al ridarci frammenti di luoghi così come si presentano nella realtà, è invece costretto a ricreare, reinventare, reinterpretare l’universo reale.

Narrandoci le vicende di un dato personaggio, il fumettista è costretto a circondarlo di tutti quegli elementi che lo rendano credibile secondo la sua natura. Così gli edifici, il mobilio, gli oggetti e i personaggi nei quali avvengono le vicende di Valentina, non potranno mai essere uguali a quelli delle vicende di Dylan Dog. E questo neanche se abitassero lo stesso edificio e facessero uso dei medesimi oggetti. L’autore, con il suo segno, rende possibile quello specifico mondo come singolo, ricrea, ricapitola daccapo la realtà.

In Topolino, non solo Topolino e i suoi amici o antagonisti sono di gomma, ma l’intero universo che lui abita lo è: tavoli, elicotteri, macchine, abiti, armadi, tutto, proprio tutto, è tale per poter esistere in Topolino e per far esistere Topolino stesso.

Così come un architetto progettando tiene conto di chi abiterà quello spazio, delle sue esigenze, della sua esistenza, il fumettista dovrà tener conto delle esigenze di Alan Ford, delle sue caratteristiche.

Un fumetto non lo si disegna soltanto, ma lo si progetta, poiché in esso bisogna tener conto di infiniti fattori, dato che chi lo abita è reale, ed è il lettore.

 

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Siti web

http://www.treccani.it/vocabolario/

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