Immaginari colonizzati

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Vorrei anzitutto spiegare il titolo. Si pensi alla nostra formazione generazionale, a come la nostra memoria e il nostro modo d’immaginare siano vincolati da quanto abbiamo fruito e immagazzinato segnando indelebilmente la nostra identità: il cinema, in particolare quello americano, anzi holliwoodiano, con la sua frenetica narrazione sequenziale, profondamente diverso dalle produzioni europee, vi è poi il cinema nazionale, ma, se pensiamo a un suo impatto culturale su larga scala, dobbiamo necessariamente riferirci alla cosiddetta “commedia all’italiana”, dove non vi sono solo gli esempi eccellenti di Risi o Monicelli, ma, anzi, soprattutto la sterminata produzione dei Franco e Ciccio, Banfi, Vitali, sino ai cinepanettone vanziniani; la musica rock, si perché con la nascita dell’industria musicale avanzata, e coincidente alla nascita del pop-rock, la musica non è mero fenomeno musicale ma anzitutto di costume, un certo modo di vestirsi, di portare i capelli, di comportamento sociale e ricca di un patrimonio d’immagini distintivo, si pensi alle copertine dei vinili e a tutta la produzione psichedelica degli anni Sessanta e Settanta, sino a giungere ai video musicali; l’universo animato di Hanna e Barbera e della Warner Bros, poi, successivamente, delle animazioni seriali nipponiche, a partire da Goldrake a Mazzinga Z; la televisione con i suoi format d’informazione, d’intrattenimento, con il suo linguaggio visivo e narrativo di fatti “reali” (seppure adulterati nella narrazione e dunque anch’essi irreali) e irreali (perché propriamente narrativi o d’intrattenimento), i telefilm, le sitcom, sino poi a giungere alle serie Tv dei nostri giorni; i fumetti di supereroi dell’allora Editoriale Corno, di Topolino, dell’allora diffuso universo western non solo bonelliano, di quello dei fumetti di guerra ed erotici, dei successivi prodotti diffusi da Frigidaire e da Alter-Alter; alla produzione artistica, in particolare alla più diffusa popolarmente, come la Pop-art, alla Optical-Art (che con la psichedelia di certo immaginario musicale e fumettistico si intersecava), sino alle successive correnti fredde il cui patrimonio ha poi permeato la comunicazione pubblicitaria; alla stessa pubblicità da Carosello in avanti e a tutta quella non televisiva, presente nella geografia urbana e nei rotocalchi; agli stessi rotocalchi; all’universo dei videogame, dei giochi di ruolo e di carte collezionabili, alle miniarure e alle action figure, sino ai cosplayers; a tutte le immagini fruite sui libri di scuola durante l’apprendimento sin dall’infanzia per imparare a leggere e farci meglio memorizzare in modalità avvincente e ludica gli aspetti didattici di varia cultura.

Come si vede, la nostra educazione e formazione, il nostro immaginario, è soprattutto colonizzato da immagini. Proprio dalle immagini prestate alla pedagogia vorrei partire, dalla cosiddetta iconologia didattica, che da Comenio in avanti ha fatto dell’immagine lo strumento privilegiato per la trasmissione culturale ai fanciulli. Vorrei partire da qui per rilevarvi una mancanza ai nostri giorni non più procrastinabile. La pedagogia, dall’Orbis Pictus in avanti, ha fatto dell’immagine uno strumento di facilitazione dell’apprendimento, sia in termini di una semplificazione mnemonica didattica, sia in termini di fascinazione dell’apprendimento stesso. Se questo lo mettiamo in relazione con quanto accaduto dalla fine dell’Ottocento, quando nel 1896 nascono il cinema e il fumetto (preceduti dalla nascita della fotografia e della progressiva editoria illustrata), la successiva televisione, sino a giungere ai computer e alla nascita di internet e delle odierne piattaforme dei social media, insomma di quegli strumenti diffusivi di quell’immaginario generazionale colonizzato prevalentemente dai messaggi visivi, si pone un quesito fondamentale: la didattica si è premurata e si premura di un discernimento da parte del bambino dei codici linguistici visivi o, in certa misura, partecipa al processo di colonizzazione visiva? Intendo dire che l’uso delle immagini al fine di facilitare l’apprendimento didattico non ha nulla a che vedere con una trasmissione degli strumenti grammaticali di decodifica del linguaggio delle immagini. Le immagini, come la lingua, hanno un loro alfabeto proprio, l’assenza della sua trasmissione al bambino non gli consente di discernere e orientarsi rispetto ai messaggi visivi che riceve, di conseguenza non ha la possibilità e la capacità di scegliere. Quest’aspetto non annovera solo le origini della pedagogia e dell’iconologia didattica, ma anche i tentativi recenti di analisi rivolti all’universo illustrativo e pedagogico condotti da autori come Faeti o dalla Pallottino o, più specificatamente, da Farné.

È necessario e fondamentale che oggi l’attenzione scolastica e pedagogica si rivolga alla trasmissione dell’alfabeto visivo e non più a un suo impiego per la sola trasmissione dei tradizionali contenuti didattici. Se l’immaginario, in conseguenza alla natura di tutti i nuovi media sorti da due secoli a questa parte, si costituisce e si forma tramite la fruizione delle immagini, diviene imprescindibile l’apprendimento del loro alfabeto, in assenza del quale si è costituita una nuova forma di analfabetismo, dato che riceviamo in forma massiccia e metodica sin da piccoli messaggi che non siamo in grado di decodificare. Ora chi, se non la scuola, dovrebbe provvedere a quest’opera di alfabetizzazione, in quella logica che le è propria di formazione culturale che consente all’individuo di discernere e dunque di scegliere. Il rischio connesso è che la scuola perda il suo ruolo e la sua identità formativa, divenendo puro organo di formazione professionale, unicamente orientata alle logiche del mercato che proprio delle immagini ha fatto il prepotente veicolo delle sue ragioni, della sua efficace trasmissione e radicamento nell’immaginario diffuso.

Le scoperte che continuano a susseguirsi nell’ambito delle neuroscienze ne sono prova, peraltro esse stesse, le loro scoperte rispetto al funzionamento della mente umana e dell’apparato visivo, sono il più delle volte impiegate a fini economici di vario genere, sia in termini di organizzazione aziendale e sociale, sia per l’ideazione di tecniche promozionali di vendita sempre più aggressive ed efficaci. Alcune delle scoperte fatte in tale ambito hanno sconfessato quanto sostenuto per secoli dai filosofi: Aristotele riteneva le azioni conseguenti al pensiero; Cartesio sosteneva la separazione tra mente e corpo, dove, quest’ultimo, agisce su impulso della mente; ma le neuroscienze hanno dimostrato come il corpo agisca nella quotidianità in modalità inconscia e il pensiero cosciente, in realtà, interviene solo successivamente a dare ragione dell’azione compiuta. Qualcosa di simile avviene con la fulminea penetrazione delle immagini, essendo l’occhio più veloce del pensiero nel quale esse si depositano inconsciamente. Se a questo si aggiunge la nostra incapacità di decodifica, ne consegue una loro mancata elaborazione cosciente anche a posteriori e dunque a un loro prepotente dominio sulla nostra personalità e sui nostri orientamenti. Esse scelgono per noi modelli e socialità, avviando il nostro percorso in determinate direzioni consentite dal mercato.

E qui si torna alla didattica, per la quale cultura e scienza dovrebbero liberare l’uomo anziché soggiogarlo e, questa, mi pare una ragione sufficiente a non concepire la formazione scolastica come puro viatico alla professione, ma come strumento formativo dell’individuo orientato alle sue libere scelte, almeno di quelle che siamo ancora in grado di fare, dato che le trasmissioni non possono essere interrotte.

 

 

 

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