Vacuità de l’”artista”

Andy Warhol, Brillo Box (Soap Pads). 1964, MoMA

 

Mi è più volte capitato, e sarà di certo accaduto anche a voi, d’imbattervi in qualcuno al quale, chiedendogli che lavoro svolge, con sconfortante ingenuità, vi siete sentiti rispondere “l’artista”. Ogni qualvolta ciò accade, per quanto mi concerne, provo per costoro profondo imbarazzo e pena e un irrefrenabile desiderio di scapparmene a gambe levate. È dunque sufficiente un’autodichiarazione a dare ruolo e significato alla propria esistenza, a porsi un poco più in là della consuetudine dei comuni mortali.

La mia esigenza di fuga in tali circostanze è dettata da ciò che tale asserzione, nei fatti, sottintende: un egocentrismo smisurato che palesa un senso di superiorità nel potersi auto-assegnare il ruolo di artista, anziché dire, dipingo, suono, recito, scrivo, ecc.

A ben vedere, quest’auto-assegnazione, nasconde aspetti più subdoli e significativi, testimonianza di un fenomeno più diffuso e distintivo dell’epoca e della cultura alle quali apparteniamo. Vanno, infatti, considerati due aspetti: da una parte senso e ruolo dell’arte e, dall’altra, i sottintesi dell’affermazione. Se, cioè, l’arte va annoverata tra le forme d’indagine, di analisi e ricerca dell’attività umana, questo suo aspetto necessariamente collide con quell’affermazione che palesa l’assenza di dubbi e incertezze, ossia delle caratteristiche proprie dell’indagine e della ricerca condotta dalle attività culturali e artistiche. La cultura, per sua natura e scopo, si pone e ci rivolge interrogativi, proprio perché conduce un’indagine. Interrogativi dai quali quell’affermazione è invece scevra, asserendo perentoriamente un ruolo e un risultato senza la preventiva e necessaria indagine.

Com’è noto, le arti sono una forma di comunicazione umana, questo sin dalla loro origine, credo sia impossibile non intendersi o non condividere questo loro aspetto, ma a cosa è volta la comunicazione attuata dalle arti? Anche un dialogo, un discorso fatto tra amici o colleghi è indubbiamente una comunicazione, eppure non lo definiamo arte. Cos’è allora che distingue queste due forme di comunicazione, qual è la peculiarità che rende le arti tali? Qual è dunque la ragione ultima e, al contempo, per la quale l’uomo ha dato origine alle discipline artistiche? Diviene difficile rintracciarne una ragione utilitaristica, quantomeno nel senso di “utile”, che “serve”, come ad esempio un elettrodomestico. Esse, infatti, non “servono”, non posso “usarle” come un utensile, non sono dunque al mio servizio, né a quello di altri, questo perché la loro natura è “liberatoria”. Ossia, esse avvengono e sono fruite fuori di quello spazio dell’utile e della consuetudine, uno spazio che chiamiamo invece “tempo libero”, dove non agiamo per l’”utile”, inteso anche nella sua accezione economica. Esse vivono nel cosiddetto spazio del “divertimento”, ossia del “divergere” proprio dall’utile.

Questa è dunque la natura originaria delle arti. Una natura che il processo votato all’emancipazione sociale e civile, portato dal pensiero illuminista, condurrà all’emancipazione delle stesse arti dalla committenza durante il Romanticismo. Le arti vennero dunque liberate dai “servili” fraintendimenti ai quali le committenze le sottoponevano, potendo finalmente agire unicamente in direzione sociale. Per questa ragione l’Ottocento, e i movimenti interni ad esso, rivestono particolare importanza, dato che produssero un totale sconvolgimento dei precedenti assetti, avviando gli stati occidentali sulla via democratica.

Purtroppo quegli stessi movimenti generarono tensioni crescenti, proprio a seguito degli sconvolgimenti prodotti, che sul finire di quel secolo diverranno sempre più visibili, per poi deflagrare nella prima guerra mondiale e nella successiva ascesa dei totalitarismi. Così il precedente ottimismo evoluzionista assunse sempre più il carattere della disillusione, sino a mutare in sotterraneo rancore frutto della sottratta possibilità. Persa ogni illusione un nichilismo assoluto prese il sopravvento, che, decadute ormai tutte le precedenti forme ideologiche e sociali, non poteva che palesarsi nel puro mercato fine a se stesso.

Mentre i totalitarismi e la distruzione avanzavano, insofferenti alle discorde voci dell’arte e della cultura, moltissimi saranno costretti a rifugiare nel nuovo continente, spurio com’era di quegli strascichi socio-politici tipicamente europei, ansioso di poterli ospitare per affrancarsi dalla lateralità culturale che sino ad allora aveva ricoperto. Si generò quindi una frattura, proprio perché ora, in quel nuovo mondo, dove il capitalismo stava assumendo il suo massimo potenziale, l’arte non aveva alcuna esigenza di tensione sociale, dovendo invece essere funzionale al nuovo establishment economico. Questa, ad esempio, la profonda differenza tra l’informale europeo e l’espressionismo astratto americano: dove il primo nasce dalla rabbia delle sofferenze prodotte dal secondo conflitto mondiale, dalle quali, il secondo invece, non è neppure superficialmente sfiorato. Ma quella corrente nasceva ancora sulla spinta, seppure solo estetica, europea. Con la Pop Art si avrà invece la prima vera corrente statunitense, portatrice dei crismi propri di quel continente: del prodotto industriale e massmediologico e della loro infinita riproducibilità e di cui, ormai, l’arte diviene parte. L’opera artistica muta unicamente in bene di consumo, come i soggetti della sua rappresentazione e, come essi, non ha esigenza d’indagine sociale o tensioni idealistiche.

Quella committenza, innanzi decaduta, tornerà a pieno titolo nel sembiante del mercato, raggiungendo il suo apice nel postmoderno, apoteosi nichilista dell’anti-ideologico, anti-storico e, in definitiva, anti-umano, perché lo condanna all’oblio e all’autodistruzione. Ma siamo finalmente giunti all’altermoderno, che pur nella sua totale confusione, è fermo nella convinzione di dover essere “altro” dal suo precedente postmoderno e, per farlo, non potrà che riprendere da quel processo interrotto, rimarginare la frattura generata e tornare a battere il sentiero civile e sociale volto all’emancipazione e, quindi, all’evoluzione*.

Dunque quel conoscente, o personaggio incontrato casualmente, che con disarmante stupidità proferisce d’esser artista, sta in realtà sottintendendo che appartiene al secolo scorso, che è vestigia di dinosauro estinto, nutritosi di solo mercato, sottintende che di voi, del vostro futuro, di chi dopo di noi, non concepisce possibilità o esistenza perché troppo preso da se stesso, come il poppante che crede che ciò che lo attornia non esista che per lui. Individuo la cui mente è allo stato larvale e la loro figura e opera non è che apparenza.

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*L’eccesso di ottimismo – al quale non sono solito lasciarmi andare – rispetto all’altermodernità è qui espressamente voluto, esortazione a liberarci dalla feccia che da troppo tempo si annida in ogni anfratto delle arti. Certamente non concorderebbe con le conclusioni e le considerazioni da me qui fatte rispetto all’altermodernismo il filosofo Apostolou, le cui considerazioni su tale fenomeno sono di natura puramente analitica, seppur lucide, sono scevre da ogni partecipazione o presa di posizione, che a me, pare invece, sia indispensabile rispetto a un panorama tanto devastato. Credo siano le posizioni assunte da ognuno di noi a dare forma ad un’epoca e, qui, nuovamente, l’ottimismo è espressamente e tenacemente voluto.

 

 

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